martedì 12 giugno 2012

La mia generazione ... a quando?


La mia generazione ha perso,
cantava Giorgio Gaber:
sono pingui ormai gli studenti barbuti
del Sessantotto. Il loro impegno si è spento
nel colesterolo.
Nel ’76 mio padre non lanciava
le molotov fra i piedi del potere …
mia madre non rivendicava:
cullavano un figlio nato – come tutti – per sbaglio.
Non so se mai sono stati al gioco degli ideali:
io da sempre me li ricordo inermi.
Fuori dal campo. Mai vincenti. Mai vinti.

La mia generazione … a quando?
Quando finirà lo standby,
per noi nati dopo gli anni di piombo
per noi cresciuti negli anni di fango.
Per noi che ci siamo innamorati
Fra tangentopoli e le ultime pozzanghere
del Disgelo. Per noi che leggevamo
la Guerra Fredda sui libri, sulle macerie
del Muro di Berlino ed ora non abbiamo
un abbecedario per la Seconda Repubblica,
un piano per sopravvivere alla guerra santa.

A quando la prossima generazione?
Forse i pulcini degli anni Novanta
Saranno uccelli dalle ali più forti:
avranno nuove idee e l’interesse
di far nascere un mondo nuovo.
Io li aspetto. E sto fra i pingui piccioni.
Cerco il becchime, volo basso nello spazio angusto
che corre fra due millenni …

Mi consola soltanto il fatto
che chi non fa non falla: la mia generazione
Non ha sulla coscienza alcun orrore,
non ha trasformato il mondo in un posto peggiore:
quelli che ora decidono l’embargo,
l’imbarco, il riarmo, l’aliquota,
la quota di militi del grande macello
hanno 70 anni … o poco meno.

martedì 5 giugno 2012

Mutatae Mutandae


Anni fa
una catena di grandi magazzini
americani
decise di stampare versetti della Bibbia       
sulla biancheria intima…

Ho sempre pensato che la fede
fosse qualcosa di viscerale,
ma qui non è questione di portarsi Dio
dentro, ma di levarselo dai piedi
buttandolo nel cesto del bucato. E se le parole
si sbiadiscono in lavatrice
sarà solo un’altra preghiera distratta.

Mutate Mutande aspettiamo, da tempo
un’apocalisse in saldo
un paradiso
di fine stagione...

martedì 22 maggio 2012

Come i bambini disegnano il cielo


Città ferite.  Brividi della terra. Pezzi di case.
(Sono anch’io una città …). Fughe nei campi.
 I capannoni dell’Emilia si sfanno
Come capanne. Campane mute (come i tuoi occhi)

Emorragia dagli svincoli. Verso Milano …

A quale polso hai appeso il mio ricordo al quarzo
Che si cancella dopo un quarto d’ora?
L’embolo era nelle tangenziali. O forse nella tua bocca
Che si nutriva di muri.  

Un terremoto nel terremoto … Di noi cosa pensi?
Ha mai pensato Qualcosa di noi?
Noi siamo condannati a scegliere. Ma non sappiamo perchè.

La terra non ha colpa (puoi dirti innocente?) anche se uccide.
Siamo noi (io mi sono già condannato) ad assediarla.

Come i bambini disegnano il cielo:

Un rettangolo azzurro che non tocca la terra.  E in mezzo
resta sempre un foglio bianco da riempire di sogni.

Se vai in Sinigallia, ti prego, vendi i miei sogni
Al prezzo che vuoi.

Il sismi non si prevedono. Ognuno
Dopo si tiene le sue macerie. (Il mio cielo
tocca l’asfalto). Le sue miserie.
(posso raggiungerlo anche strisciando)

martedì 15 maggio 2012

L'irrazionale


È come se cadessimo tutti
Nel vuoto: lo stomaco si chiude,
la gola non ha più parole.

Non ci sono scale o ascensori
Che conducono all’irrazionale:
la discesa si fa per le sabbie mobili
oppure annaspando fra chiare d’uovo
… fra carezze e sussurri che dicono dormi
ripetono dormi, alla mente.

Preferisco un respiro senza logica
Ad una logica senza respiro:
non ho paura dell’irrazionale …
(Ma quale scelta nel cadere, per chi cade?
Quale coraggio nel non volare, per noi senz’ali?)

Temo invece il non senso. Quello sì.
Temo la logica d’acciaio di chi farnetica
Di genocidi di uomini, di stati, di idee:
Camicie nere, brune, rosse, verdi
Ogni colore ha il suo alibi, la sua lisciva.